Psicoterapia

La depressione oggi – una lettura

“Una grande quantità di talento è persa per il mondo per la mancanza di un po’ di
coraggio”
Sydney Smith.

Eugenio Borgna ci ricorda che… “la depressione, a partire dagli anni 70, è diventata la forma per eccellenza della sofferenza psichica”.

Ritengo che oggi si possa parlare di “condizione psichica”, più che di sofferenza.

Per qualcuno la depressione è diventata addirittura un vanto, qualcosa di cui andarne fieri e tenersi stretti. Vediamo perché.

Capita sempre più frequentemente, infatti, che la condizione depressiva (intesa come percezione costante di un mix di sensazioni oscillanti tra: tristezza, disagio, sconforto, malinconia, ecc) strizzi l’occhio alla società odierna, espandendosi a macchia d’olio.

Alla base sembrano esserci diversi fattori; primo fra tutti quel deserto affettivo che è ormai paesaggio abituale dell’uomo occidentale.

Secondo importante fattore sembra essere legato al fatto che oggi è diventato “impossibile” ciò che fino a qualche decennio fa era usuale, e che sembra essere diventato “possibile” ciò che prima era solo immaginabile.

È l’epoca in cui il “dovere” ha lasciato il posto al “potere” e, dunque, al “saper fare”!

L’impossibilità, il divieto, le forme coercitive di repressione hanno lasciato spazio alle possibilità e alle capacità.

Questo ha comportato un aumento della libertà di espressione e di azione ma, di contro, ha creato un empasse dal quale, uscirne, sembra essere sempre più difficile.

Essere “liberi di essere” presuppone una quota parte di responsabilità che pesa, che fa molta paura.

Pertanto sono aumentati il senso di angoscia e di ansia da prestazione che viaggiano di pari passo con la depressione.

Il risultato è cercare un angoletto sicuro, al riparo dalle fatiche del mondo, nel quale regnano sovrani sentimenti di tristezza, desolazione, impotenza e abbattimento, propedeutici al rimanere fermi il più possibile, mentre la vita scorre, inesorabile.

La depressione potrebbe essere letta, pertanto, come un porto sicuro, una culla rassicurante (ma non funzionale), dove potersi affrancare, al riparo da se stessi e dalle proprie potenzialità.

Talvolta capita di uscire da quell’alcova sicura per “fare delle cose”, solitamente però in modo confusionario e disorganizzato, per poi far ritorno nell’alcova.

La società di oggi sembra essere più Reattiva che Attiva.

Ciò comporta un senso di frustrazione e insoddisfazione diffusi poiché manca un progetto, manca LA motivazione, mancano degli “ordini” che mettano ordine.

Basti pensare che oggi siamo tutti “professionisti liberi”, e non più “liberi professionisti” … i secondi lavoravano, i primi no.

Siamo sempre più incapaci e disorganizzati poiché manca una motivazione per affrontare la vita, e inoltre sono aumentate le paure.

Questo proprio perché l’eccesso di libertà percepito, ci annichilisce e ci rende più schiavi che l’essere sotto un capo, una guida, un dictat.

Di contro, produrre continuamente, essere impegnati ed occupati in modo compulsivo serve per sfuggire a se stessi, per non sentire i bisogni, le emozioni, le difficoltà, la tristezza; invece la pretesa infantile della libertà a tutti i costi rappresenta la possibilità di avere più tempo senza “dover fare”, ma è diventato il carcere dell’esistenza, all’interno del quale non si crea più nulla. E senza la possibilità di creare qualcosa, prima o poi, ci si sente persi.

Creare qualcosa consente, anche, di non affogare dentro se stessi, dentro l’abisso. Dentro ciascuno di noi vi è un abisso oscuro e profondo, e quando non si sa come scendervi, e non si hanno le corde e le imbracature giuste, il rischio che si corre è di imbattersi in un essere tanto sconosciuto quanto mostruoso, Proteus, simbolo, e allo stesso tempo, aspetto deforme dell’inconscio.

Nietzsche ha detto: “Se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”.

Ritengo sia importante affrontare questa condizione depressiva innanzitutto capendola, rendendola cosciente, lavorando sulla possibilità di intercettare dentro di sé un capo carismatico che faccia da guida, che imponga dei ritmi e delle scadenze, se necessario, che dia indicazioni e suggerisca dei doveri da portare a termine.

In particolar modo in questo periodo dell’anno, a ridosso delle festività natalizie, le sensazioni legate alla tristezza, alla malinconia, al disagio, ad un blocco emotivo, aumentano a causa di un vizio di forma culturale che porta a fare un bilancio della propria vita proprio in questo periodo dell’anno; ma anziché immaginare cosa potrebbe andare meglio e lavorare affinché si realizzi qualcosa di importante e significativo, spesso si rimugina su ciò che non ha funzionato, su ciò che doveva accadere ma non è accaduto, sull’opportunità persa o sui torti subiti, ripiegandosi su se stessi alla ricerca di risposte che quasi mai arrivano, a meno che non ci siano grande introspezione, presa di coscienza e assunzione di responsabilità.

La sofferenza che la depressione comporta è parte integrante dell’esistenza. Non è avulsa da noi e non è corretto lavorare “sull’eliminarla”; si tende ad eliminare ciò che è rigettato e non integrato. La sofferenza va inserita in un quadro più ampio che si chiama “vita”, va rinominata, le va dato un significato; solo così smetterà di farci paura, o ribrezzo.

 

 

 

 

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