PsicoterapiaRecensioni

Into the wild

Into the wild

2007, diretto da Sean Penn ed interpretato da Emile Hirsch

Il viaggio nelle terre selvagge intrapreso da Christopher McCandless o, per meglio dire, Alexander Supertramp (cioè lo pseudonimo che il protagonista sceglie di assegnarsi), ha da sempre diviso gli spettatori in due fazioni contrapposte: c’è chi lo considera un genio e chi un folle, chi sano e chi malato, chi lo odia e chi lo ama; solo su una cosa si è d’accordo all’unanimità: Into The Wild è uno di quei film che, in un modo o nell’altro, è impossibile dimenticare.

Il film, ispirato ad una storia vera, è suddiviso in cinque capitoli che rappresentano le fasi della crescita umana (La mia nascita, L’adolescenza, La maturità, La famiglia e La conquista della saggezza). Queste fasi del viaggio di Christopher fanno pensare a quelle che Jung definisce fasi delle “trasformazioni alchemiche”. Il lavoro alchemico consisteva nel trasformare metalli “vili”, come il piombo, in metalli “nobili” come l’oro. Esteriormente venivano trasformati i metalli ma, interiormente, essi trasformavano sé stessi. Secondo Jung, questo lavoro porta da uno stato di incoscienza ad uno di coscienza, definendo ciò come “processo di individuazione”, metaforicamente parlando, potremmo dire, un cammino della psiche verso la totalità, una crescita psicologica, proprio come accade a Chris nei suoi due anni di viaggio.

Nel 1990, Christopher McCandless, un giovane americano benestante di 21 anni, subito dopo aver conseguito la laurea, decide di intraprendere un viaggio attraverso gli Stati Uniti, fino a raggiungere le terre dell’Alaska. Dopo aver donato tutti i risparmi in beneficenza, con lo zaino in spalle in compagnia solo dei libri dei suoi più amati autori, all’insaputa dei familiari. Chris si lascia alle spalle un mondo da lui considerato malato, una società consumistica che ha trasformato ogni bene secondario in primario, che manipola gli uomini come fossero marionette, ormai talmente tanto inglobati in quel sistema da non riuscire a rendersene conto.

Attraverso l’uso dei flashback che percorrono tutto il film, tra presente e passato. allo spettatore viene data la possibilità di conoscere la famiglia di Chris o, per meglio dire, i suoi genitori, rappresentati come la perfetta incarnazione di quei canoni della società, che lui considera così alienanti e distruttivi per la vera natura dell’essere umano; sposati dal tempo del college, la madre e il padre di Chris scelgono per tutta la vita (o quasi) di indossare una maschera nel mondo esterno, una maschera che, dietro la porta di casa, lascia il posto alla rabbia, alla violenza, all’infedeltà e alla tristezza, tanto che viene da chiedersi se Chris potesse avere altre possibilità se non quella di abbandonare le proprie radici, per non rimanerne inglobato.

Queste prime due fasi del viaggio di Christopher, la nascita e l’adolescenza, sembrerebbero coincidere con la prima fase alchemica di Jung, detta da quest’ultimo. fase della “nigredo”. Chris, infatti, attraversa una fase dolorosa, deprivante, depressiva, piena di ansia e angoscia, vivendo in una società e in una famiglia che sembrano offrire tanto, ma che in realtà non danno nulla. Fintanto che il dolore, la depressione, l’angoscia (psicopatologia) vengono proiettate al di fuori dell’individuo, esse incarnano la natura selvaggia e primordiale. La fase della “nigredo” dell’opera alchemica, infatti, è caratterizzata dalla ricerca e dalla conoscenza delle ombre, dalla ricerca della verità. Secondo Jung è proprio una condizione d’estrema solitudine che permette l’incontro con il proprio lato oscuro; questo fa pensare alle parole di Christopher: “lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi”.

La domanda da porsi a questo punto è: “È davvero sufficiente allontanarsi fisicamente da casa propria, per riuscire a sradicare il problema, il dolore e la sofferenza causataci?” Spesso ciò da cui cerchiamo di scappare è proprio ciò che sappiamo di non poter gestire, tanto da renderci schiavi e per questo ci terrorizza, ma purtroppo, come succede a Chris nel bel mezzo dell’Alaska nel suo Magic Bus, dopo due anni dall’inizio del suo viaggio, alla fine si torna sempre a fare i conti con i propri fantasmi, che in realtà stanno sempre dietro l’angolo e non ti abbandonano mai.

Chris ha subìto quello che, clinicamente parlando, può essere definito dissociazione psicotica, e la scelta di cambiare il proprio nome ne è la prova lampante. Deluso e distrutto dai rapporti umani, sceglie di rinchiudersi in quello che può essere ben definito un delirio, inizialmente da lui considerato libertà estrema, ma che, come alla fine si dimostrerà, non è altro che l’ennesima prigione, anche se questa volta non ha più quattro mura e un tetto come casa sua, ma sconfina tra le terre dell’Alaska. Inizialmente lo sentiamo affermare: “Ti sbagli se pensi che le gioie della vita vengano soprattutto dai rapporti tra le persone. Dio ha messo la felicità dappertutto, è ovunque, in tutto ciò di cui possiamo fare esperienza”; invece alla fine del film, e quindi del suo viaggio, una delle sue ultime frasi che a stento riuscirà a scrivere sarà “la felicità è reale, solo se condivisa”.

È interessante notare come, durante il suo cammino, incontra persone in un certo senso speculari al suo dolore: una madre con la quale il proprio figlio ha scelto di chiudere i contatti, che crea un rapporto quasi materno con Chris; un anziano signore rimasto solo al mondo, che prova a chiedergli se avesse voglia di essere adottato essendo entrambi senza apparenti legami; un giovane trebbiatore del Dakota che gli offre un lavoro, e lo tiene per un po’ sotto la sua ala. Tutti questi incontri potrebbero essere considerati opportunità di “guarigione” per Alexander, possibilità di legarsi a qualcuno per ricominciare da capo. Ma nell’esatto momento in cui si rende conto che la relazione inizia a farsi più intensa, scappa via.

A prescindere dal fatto che sia piaciuto o meno, alla fine del film viene quasi spontaneamente da chiedersi se Alexander Supertramp ce l’abbia fatta o meno ad uccidere quel falso sé interiore, a conquistare quella rivoluzione spirituale tanto ambita. Sicuramente, su un piano realistico, la risposta più ovvia è no, dal momento che muore solo e con tanti rimpianti, dopo aver ingoiato erroneamente, a causa della fame che lo aveva debilitato, una bacca velenosa. Secondo un’analisi più profonda però, Alex nel suo Magic Bus nelle terre estreme, riesce ad affrontare i suoi fantasmi e non solo, ma arriva a perdonarli, a riconoscere la loro importanza nonostante il dolore causatogli, a capire che nessun uomo è un’isola e per quanto i legami possano far male, saremo sempre legati alle nostre radici in modo indissolubile.

Proprio nel suo Magic Bus, circondato dalle terre dell’Alaska, infatti, Alexander raggiunge la fase della maturità in cui inizia a conoscere meglio se stesso, vi è una trasformazione, una rinascita, una nuova visione delle cose; è proprio questo momento del viaggio del protagonista che può essere paragonato alla seconda fase alchemica, “albedo”, la quale equivale appunto a una rinascita.

Inoltre, trovando la pace e la riconciliazione con i suoi demoni, con le sue radici (capitolo della famiglia), Alexander sembra raggiungere la terza fase alchemica “citrinitas”, fase in cui la “materia” brucia, indicando che è in atto una trasformazione psichica. Il soggetto diventa saggio, riconosce le proprie potenzialità, ha consapevolezza del suo passato, del suo presente e anche del suo futuro. E’ emblematico il fatto che, in una delle ultime scene del film, Alexander Supertramp torna a firmarsi come Cristopher McCandless, riappropriandosi della sua identità, che ora non fa più così paura, perché scappare non ha più senso.

È alla fine del viaggio che ritroviamo la quarta, ed ultima, fase alchemica, “rubedo”, (capitolo della saggezza nel viaggio di Chris), fase in cui avviene la fusione dell’Io con il mondo, non più in maniera inconscia ma ad un livello superiore di consapevolezza e come risultato di una sua libera volontà, come si denota dalla frase “chiamare ogni cosa col suo vero nome”. In quest’ultima fase, caratterizzata dall’individuazione del sé, vi è gioia, pace interiore, amore per sé stessi, verso gli altri e apertura alla vita, “la felicità è reale solo quando è condivisa”, anche se nel caso di Chris coincide con il momento della sua morte.

Infine, un aspetto del film che merita un’attenzione particolare è la colonna sonora, composta dalle musiche originali e dalle canzoni di Eddie Vedder (cantante dei Pearl Jam), che guida lo spettatore nel viaggio di Christopher. Lo stile intenso, intimo ed emotivo delle undici canzoni presenti nell’album Into the wild, tipico del genere folk rock, enfatizza la complessità dell’animo travagliato del protagonista e la profondità delle domande esistenziali che questo si pone durante il suo viaggio. Inoltre ogni singola traccia, con il proprio significato, accompagna e narra il percorso catartico e mistico di Christopher.

Ciò che il protagonista del film vive e scrive sul diario viene interpretato da Vedder attraverso il linguaggio della musica: magicamente la musica diviene sceneggiatura e la sceneggiatura diviene musica.

Infatti, anche solamente ascoltando le tracce che compongono l’album è facile che l’immaginazione voli subito verso la “natura selvaggia”, verso i grandi spazi americani, viaggiando con la mente attraverso le terre esplorate dal protagonista.

A cura delle dottoresse:

Veronica Mancini,

Francesca Toni,

Carmela Zurzolo

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.